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Damien Hirst
The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living
1991
Quando nel 1991 Damien Hirst immerse in una vetrina d’acciaio piena di formaldeide uno squalo tigre, sottrasse, con un’intuizione eidetica, l’orgasmo di morte dalla contingenza eiaculatoria dell’ultimo spasimo.
Non può esserci esperienza empirica del momento della morte dato che questo momento è precisamente l’evacuazione di ogni esperienza fisica.
Con quest’opera, l’artista inglese rappresenta il vivente organico allo stato privo di vita. L’orgasmo prima dell’eiaculazione. L’estasi.
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Laura Dern and friends in David Lynch’s Inland Empire
Quando la coscienza viaggia negli interstizi temporali del vissuto…
In Inland Empire abbiamo curve di tempo chiuse. Una serie di eventi si ripete. Il tempo non scorre lineare. Si avvolge su se stesso. Mentre la protagonista del film vive dislocazioni temporali.
Si viene come assorbiti da un buco nero. Si assiste alla rappresentazione dell’inammissibile: un evento influenza un altro evento che lo precede e lo segue al tempo stesso, determinandolo per farsene impossibilitare. Mentre Laura Dern, per intervalli di tempo molto brevi, lunghi appena lo schiocco delle nocche delle dita, al ritmo di The locomotion di Little Eva, inverte l’ordine temporale con una semplice connessione emotiva.
Everybody’s doin’ a brand new dance now
(C’mon baby do the loco-motion)
I know you’ll get to like it
If you give it a chance now
(C’mon baby do the loco-motion)
My little baby sister can do it with ease
It’s easier than learning your a b c’s
So come on, come on,
Do the loco-motion with me
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Pierre Huyghe
Two minutes out of time
2000
Col suo ultimo film (Inland Empire, Usa/Polonia/Francia, 2006) David Lynch spoglia di ogni dimensione trascendentale il tempo, che non scorre indipendente da ciò che accade, ma ne è la conseguenza.
Nella simultaneità degli eventi, lo spazio viene dilatato, perché si possa attraversare l’intervallo di tempo, modificando l’accadimento fatale.
L’attrice interviene direttamente sulla tragica storia che sta interpretando, per restituire alla protagonista la vita che nella rappresentazione le viene strappata.
Un film che scardina la costruzione escatologica del tempo, di cui la psiche occidentale è intrisa.
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Nur designed by Ernesto Gismondi for Artemide 2003
Oggi c’è più pregnanza poetica nella lampada a sospensione Nur di Ernesto Gismondi per Artemide che in un verso di un poeta degli ultimi cinquant’anni…
Pavimento in resina grigio perla, pareti bianche, porose, perché diano piacere tattile agli occhi, quando le attraverso. La mia nuova lampada a sospensione con filtro rosa. Ed è subito Milano. Il mio ultraspazio. Leggo. Alzo lo sguardo. C’è più pregnanza poetica nella lampada Nur di Ernesto Gismondi per Artemide che in un verso di un poeta degli ultimi cinquant’anni.
Con Nur ho un rapporto empatico. Immediato. Disegnata da pochi tratti, è nata dal gesto fulmineo che scongiura lo sbadiglio ozioso del pensiero logico. Invitandomi a un rapporto intuitivo con le sue forme, Ernesto Gismondi abolisce quella distanza fra soggetto e oggetto che la mistica della razionalità vorrebbe imporre, creando finalmente un orizzonte dischiuso al senso dal soggetto. Orizzonte su cui proiettare le molteplici visioni del mondo. Dove il realismo sfocia nella metafisica. Non esistendo realtà autonoma dal linguaggio, non la descrive. La articola.
Tutti noi abbiamo urgenza di essere rappresentati dal linguaggio, di essere declinati in nuove forme, per resisterne alla simbolizzazione. Alla stilizzazione. Alla riduzione al corpo di Cristo. Vedo tanti piccoli nomadi in giro che chiedono asilo. Al chiuso delle loro stanze.
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Erwin Wurm
Keep a cool head
2006
Ieri pensavo a quanto la tecnologia sia rimasta indietro rispetto alla ricerca scientifica. È come se ormai vivessimo in differita, mancando interpreti capaci di far percepire come tollerabili dalla psiche umana i cambiamenti ontologici in atto. Intanto le vecchie logiche di potere indisturbate continuano a combattere la costruzione di una nuova semantica del linguaggio. Si grida alla perdita di senso, nel timore di essere surrogati, restituendo finalmente alle cose nuovo valore.
Non si può più decodificare il mondo con vecchie formule che suonano come nostalgiche chiavi di lettura, nel disperato tentativo di difendere il proprio status. Non si può più vivere di sola angoscia e paura del futuro. Non è sano. Riconoscere le nuove istanze è atteggiamento etico. Le grandi mutazioni gnoseologiche in corso vanno legittimate, ma non dal consenso di massa. Non sarebbe giusto continuare ad affidarsi al tribunale della communis opinio, mediata dai mezzi di disinformazione.
Oggi il mondo della cultura non coincide più con quello della natura. C’è stata una frattura. Da sanare. La natura, così come la concepivamo fino a qualche decennio fa, non esiste più. Questa è una questione fondamentale. Da affrontare. Oggi avere un atteggiamento etico significa dare uno statuto a quelle istanze che non vengono ancora legittimate. Perché i nostri figli siano in grado di conferire realtà al loro nuovo sentire.
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L’Emisfero alla Ciutat de les Arts i les Ciències
di Santiago Calatrava
C’è un evento che ha inciso maggiormente nella vita di tutti noi, polisensuali fruitori postmoderni: la nascita della Coca Cola Light. Non una contraffazione della bevanda, ma la sua surrogazione. Da allora viviamo in un mondo di sostituti. Dobbiamo con consapevolezza guidare questo processo di trasposizione. Sano e necessario. Perché solo attraverso i loro surrogati possiamo continuare ad avere una relazione simbolica con gli oggetti del passato.
Oggi, in Italia, nel disperato tentativo di negare l’esistenza della paraletteratura, ci affanniamo a creare prodotti ibridi, la cui incongruenza è però così scarsamente rilevabile da produrre la stasi per mancanza di novità o stimoli.
All’architettura edipica della periferia italiana, preferisco le forme organiche di Santiago Calatrava. Ispirandosi alle strutture stesse della natura, le sostituisce con un artificio culturale mai così congruo.
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Urs Fischer Vintage Violence (2004-05)
Installata sullo scalone dell’atrio di Palazzo Grassi nel 2006
Il treno sta entrando sospeso sull’acqua a Venezia Santa Lucia.
Ci alziamo. Siamo da soli nella carrozza. Non abbiamo nessun bagaglio. Si aprono le porte. Fa caldo. Attraversiamo la stazione ancora deserta. A Piazzale Roma il sole è incestuoso e folle. All’Ufficio Abbonamenti facciamo due biglietti giornalieri. Prendiamo la Linea Uno verso Palazzo Grassi.
Venezia affonda nell’acqua putrida che più non la nutre. Le case appassiscono come fiori recisi. Il vaporetto è lento e rumoroso. Pulsa ancora ovattato il battito del mio cardio, quando attracchiamo alla fermata di Sant’Angelo. Lorenzo mi sorride. La sua voce cristallina ha toni melanconici, ma batte note sintetiche per non collassare nel torpore romantico del turista. Scendiamo a Campo San Samuele. Il Ballon Dog di Jeff Koons galleggia come rifiuto urbano davanti Palazzo Grassi, sulla cui facciata è tessuta una pelle di fili elettrici di Olafur Eliasson, artista danese.
La biglietteria è su un’entrata secondaria. Alla cassa non c’è la fila. Mi precede Lorenzo col suo Prada pour Homme. Paghiamo due ingressi per Where Are We Going?, una mostra allestita con opere scelte dalla collezione privata di Francois Pinault.
Une femme sans parfum est une femme sans avenir.
Quando siamo nell’atrio settecentesco della fondazione, verso l’ingresso principale che dà su Canal Grande, ci perdiamo nel delirante Hanging Heart di Jeff Koons, un gigantesco ciondolo rosso di acciaio inossidabile che, appena sospeso da terra, sostenuto da due cavi dorati, lucido pende dal soffitto senza tensione apparente, come levitasse dal pavimento. Adesso i nostri occhi pulsano tondi sul suo ventre. Se ci avviciniamo troppo, il cuore rifrange i nostri corpi sulla sua superficie, per poi inglobarci materno. E’ la prima volta che qualcosa ci assorbe con un gorgo vorticoso di luce riflessa.
Tumultuosi attraversiamo le sequenze instabili di lastre metalliche che pavimentano a scacchiera la corte verso il primo piano. 37th Pieces of Work di Carl Andre archivia le tracce dei nostri passi, fluttuanti su dissonanze da accordare. Alla deriva ondeggiamo e deriviamo dai nostri stessi sguardi, mentre sui nostri corpi scorre il tempo affilato come rasoio. La mia bocca è un taglio di sangue, quando Urs Fischer surgela una tempesta venefica sulle nostre teste. Migliaia di goccioline rosse, plasamte nel gesso, trattenute da un filo di nylon, stanno per deflagrare d’astio sullo scalone della corte, che saliamo come ascoltando Purple Rain di Prince, cantata da John Cale in Vintage Violence.
Lorenzo, vorrei essere ancora la pioggia di lapilli che scalda la tua umida notte.
Percossi dalla grandine dei nostri umori, scorriamo rapidi le sale, per fermarci a guardare Les Grands Ensembles di Pierre Huyghe.
Nella foschia invernale di una banlieue, le finestre di due edifici popolari lampeggiano ad intermittenza, seguendo come led su un display le note techno di una colonna sonora a ridurre la vita a radiazioni luminose in un deserto lunare.
No, Lorenzo, non sudare. Le tue gocce di rugiada mi feriscono come schegge di vetro. Nomade pulso inquieto sul tuo corpo che mi abita dentro, limitando la mia espressione. Nei tuoi Comme Des Garcons scuri, passi le giornate a lutto, in attesa che cadano i meteoriti. Forse dovresti simulare una fede religiosa. Uscire di casa col turbante in testa ti donerebbe un’allure dissacrante.
Amo la sublime disperazione dei tuoi occhi che sempre tracimano dagli argini della ragione. Stammi vicino. Vorrei possedere la galleria che attraversi quando esci da te stesso e mi vieni a trovare.
Stucchevole è Canal Grande, quando l’iPod, mai casuale, mi regala Airbag dei Radiohead. Le labbra avvizzite di Venezia si schiudono nello straordinario falsetto di Yorke.
Lorenzo seduto a poppa beve una Coca Light. Da lontano le mie lenti a contatto ben lubrificate patinano le sue orbite dilatate come fossi. E’ stanco, lo vedo. Un tempo sentivamo sulla pelle i nostri sguardi. Adesso fra me e lui un preservativo anestetizza anche la più piccola frizione. Questa notte faremo l’amore senza filtri: voglio sentire gli umori che secerne dentro. Forse l’ho prosciugato. Lo benderò e gli percorrerò lento la schiena. Solo il suo muco mi disseta ancora.
(Trattao da Conchiglia Chocolate, Gay Everyday Manni 2006)
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Fotogramma
Che fine ha fatto Baby Jane?
Robert Aldrich
1962
Le mie labbra incidono una crosta di cacao, a racchiudere un cuore emulsionato di vaniglia, mentre la saliva scioglie gli amidi che ne addensano il latte reidratato. Ancora fresco è il Magnum nella mia gola, quando lo affogo con della Coca Light. L’acido fosforico corrode il mio palato, mentre la lingua lo batte col suono liquido di una elle sincopata. Lo-ren-zo. Sillabo impastato il suo nome, mentre lo guardo fissare il cellulare, una conchiglia sottile, a tre bande, che lucida ne riflette il dito anulare sulla scocca, scura come tavoletta fondente al cioccolato.
Oggi Lorenzo non porta la fedina che gli ho chiuso nel palmo della mano, un anno fa, al mercato di Piazza delle Erbe a Padova.
Sfioro con un polpastrello il tasto rewind sul display del mio iPod nano. Gli passo un auricolare. L’audio della capsula è ad alta emissione magnetica, forse riuscirò a calamitare la sua attenzione, facendogli ascoltare una vecchia traccia, sulla cui base musicale sempre deraglio, quando, gelido, Trent Reznor ripete a mezza voce: Nothing can stop me now cause I don’t care anymore. Piggy è la nostra canzone… Ubriachi ci baciammo tre anni fa per la prima volta, ascoltando i Nine Inch Nails.
Nothing can stop me now cause I don’t care anymore. Penetro Lorenzo con uno sguardo lubrificato, nessun attrito fra di noi, solo una lente a contatto. E’ angosciato. Sul sedile brucia come una candela. Il suo respiro affannoso ossida la mia voce. Scheggio l’azzurro vitreo dei suoi occhi, solo quando modulo parole dolci sul timpano del suo orecchio. Lorenzo, per te sono ancora un meteorite. Vorrei essere il diamante che ti accenta la notte.
Lo afferro alla nuca e lo avvicino alle mie labbra: ho sete della sua saliva, ma arida vibra la conchiglia del suo cellulare. Mi allontana di scatto da sé e risponde a chi pensa di amare quanto ha amato me, quando mi amava ancora.
Seduto a lui di fronte su un treno da Padova a Venezia, ascolto la voce di un suo amico cantare.
I‘ve written a letter to daddy, his address is Heaven above…
LORENZO: Canzoncina strappalacrime. Voce stridula e inquietante… Daniele, sei Bette Davis in…
DANIELE: Sì, sono la tua Jane Hudson. Cucciolo, sto bevendo un prosecco al Caffè Cin Cin di Corso Buenos Aires. Ho finalmente trovato Che fine ha fatto Baby Jane in dvd.
LORENZO: Fresche l’ova, come direbbero a Firenze.
DANIELE: Freschissime. In Italia il film non era disponibile neanche in vhs.
LORENZO: Potevi ordinare il film su Amazon. L’America è più vicina di Piazza Italia: basta una carta di credito.
DANIELE: I dvd americani di Area 1 non si vedono nella maggior parte dei lettori europei.
LORENZO: Il segreto è possedere il decodificatore giusto. L’Italia acquista un senso solo se vivi nella consapevolezza che da noi gli eventi sono trasmessi in differita. Gli unici a credere ancora di essere contemporanei siete voi milanesi. Da ricovero, tutti. Incondizionatamente.
DANIELE: Hai ragione, ma tra decodificatore e marchingegni vari, uno deve possedere tre lauree in ingegneria aerospaziale. Tanto vale aspettare… E poi è salutare visitare i negozietti che ancora resistono, qui, in Corso Buenos Aires: si evitano le fastidiose piaghe da decubito che naturalmente spuntano sul culo a stare seduti ore ed ore al computer, facendo shopping online. Col tempo le maleodoranti ferite si espandono e filtrano nei tessuti sottostanti, portando a necrosi, setticemia, morte atroce.
LORENZO: Non sono ancora costretto su una sedia a rotelle come Joan Crawford…
DANIELE: Non sei ancora sulla carrozzina, ma come Blance Hudson vivi confinato in una stanza. Le tue uniche compagnie sono la tv, i libri, il telefono, Internet e il pappagallino che ti ritrovi fra le gambe. Un equilibrio fragile, fragilissimo…
(Tratto da Conchiglia Chocolate, Gay Everyday Manni 2006)
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Ron Mueck
A girl
2006
Lungo le vene, azzurre come patina su duttili fili di rame, il volto e la bocca dolorosa, in una sorta di turbamento, mi attardo fra le pieghe nascoste e recondite dell’animo mio, come invisibile cristallo, sospeso sul secco pelo scomposto della mia coscia contratta. Asportata una piccola crosta più dolce dall’arto per sempre ferito, lente le dita solcano frammenti di tessuti necrotici e spore di batteri che pallidi scorrono, debole il flusso, sul fondo oceanico del pavimento scaldato di piscio. Improvvisa, la mattonella della parete stuccata nel cesso di maioliche è alla mia mente devastata uno schermo con ombre ansimanti, trascorse a battere il crine sulla terra deserta, dove inalterate sostano le mie nevrosi, proiettando immagini clandestine, rubate all’inconscio che memore confessa a un bivio…
Eccola, bellissima, sì, ancora! Di verde vestita, turchese il cappotto, ha in bocca un nocciolo piccolo di ciliegia cruda, nel pugno una boccetta di vetro a forma di fallo screziato, cosparso di solchi variopinti, come fosse la coda d’un pavone che ramingo dimena la penna, divorato l’ultimo chicco fra le dense foschie della notte di muschi e licheni. Avvolta dal fustagno orizzonte borghese, sempre bavoso su un esile corpo d’infante, lacrimando nel limbo, Eva scuote un seme, fecondato nel cilindro striato d’una provetta, fra le dita strette sulla palma: L’avvicina al seno, getta il cappotto in un fosso di lì a poco vacante. Nutre il letto, d’anemico terriccio, un’arteria impetuosa d’acqua, liquida dalla vescica, in un sussulto di carne senza più muscoli.
Adamo: Eva, con lo sguardo basso di monello bruno che vuole rubarle il vetro inciso, ora stretto fra ginocchia di spigoli.
Eva: Adamo, il suono è un filo. La corda… un’ancora di salvezza che sul fondo trattiene gli ormeggi del naufrago valoroso, stretto in una morsa.
Adamo: Eva, cosparso di luce fioca, sul sasso come sedile d’un vagone vuoto in cui recitare a muso stretto un fallimento.
Eva: Adamo, sorella! Gli occhi s’incontrano grandi appena un varco.
Adamo: Eva, sorelle, sorelle siamo, aggraziato e fin dolce, tu ed io, biondi. Stacca una foglia dal giglio lì colto e, pudico, ne soffia la goccia di linfa che gronda in un riso. Ossuta è la mano e nervi e tendini. Artigli graffiano l’ubriaca sporgenza del suo mento meticcio che fiuta l’urina del sottile organo che ammolla fra le cosce, sciolto su di una pietra nel deserto, come fosse un cioccolatino scartato in una macchina assolata, a folle sulla strada, per la coda di lamiere che flettono raggi ultravioletti giù per l’ozono: Una serra bucata, da cui le piante acide, sporgenti oltre la tenda, temprando il capo prima di morire, sputano nel cosmo la paglia offerta loro dai tanti ostinati pastori di bestiame, nei giardini d’un plastico urbano minimale, infecondi.
Eva: Adamo hai roseo pisello riflesso su di un arbusto e stordito t’afferri a un ramo. Ha odore la polvere che, smossa, palpita arresa.
Adamo: Eva, morremo… S’attrista come lucido cristallo che il tempo corrode altero.
Eva: Adamo, siamo morti. Svuotata d’ogni residua fascinazione, le sue dita tremano nel fosso di lì a poco vacante, in cui ella s’annida perita: livido il labbro, tiepida è la provetta che scalda il girino, ranocchio in una buca senza più peli…
(Tratto da Acidula mora di bosco Manni 2002)
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Ron Mueck
Spooning Couple
2005
Senza identità, in una vita episodica, quando il tempo slegato oppone alla personalità l’ultima intensa, dolorosa esperienza, incapace di narrare una storia, ormai a frammenti, Ano Retto, dissestato come fosse sulla strada, prosciuga il Naviglio Grande, ché la destinazione conta meno del navigare: Sei il cappottino che indossi errante, la donna che fionda sguardi perniciosi, la pecora d’un gregge senza il curato, mentre segugio t’allontano dai lupi e sbavo domato sul tuo corpo sfatto, esplorandoti con la stessa intensa lingua che leccava fanciulla una bambola hawaiana, bionda, di lattice, pettinata, come fallo sinuoso e flessibile, a incarnare quella femminilità che reprimevo ingenuo, per non farmi fottere.
Densa di nebbia è fuori la natura dall’umido letto e sui muschi il vento posa acidule more. Mamma Aurora trita finemente cristalli opalescenti bianchi e inodori che crackiano, fino a formare una striscia lineare su un piatto tiepido come l’aria della cagna a primavera. Inala mezzo grammo di coca minuta: astringe amara la lingua e s’agita. Depressa, struscia sul glande del compagno una foglia di coca, per infondergli vigore, mentre questi fuma ammoniaca e contrae parossistico i bronchi, lo stomaco, il petto. S’altera il cardio, infiamma acuto la sacca che brucia: vomita. Tremano i muscoli e suda. La testa bolle come mosto che fermenta nei tini. D’euforia, intenso, eiacula…
(Tratto da Acidula mora di bosco Manni 2002)