Archiviato in: Partenze
Marc Quinn
Triaxial Planck Density
2000
Ti ho visto rannicchiato in un mucchio d’ossi nel letto. Stato d’abbandono. Estraneo a te stesso. Pronto al macello. Ti ho baciato sul collo. D’affanno ti lascerò morire. Quando avrai cambiato pelle chiamami su Skype. Sei fotogenico. Tornerai bellissimo. Com’eri. La tua serenità mi farà rinascere. Addio.
- Caro, quando te ne vai non sbattere la porta.
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Katharina Fritsch
Monk
1997/1999
Da una prospettiva di separazione, come avessimo un alieno dentro che guarda il mondo là fuori, siamo tutt’uno, anima e corpo, con la giungla d’asfalto che ci ingloba impotenti. Estraniati, fitte parole di nebbia nelle nostre monovolumi fumando, prudenti deceleriamo alla prima curva, strusciando i nostri egoismi sul guardrail, freddo a difendere i margini della strada: due corsie, strette o larghe, ma pur sempre due sole e vecchie, dissestate vie. Ingabbiati nel traffico, ironizzando per non morire, fagocitando quello che ci circonda e indigesto, avendo perso il succo puro della vita, che sfuma dai tessuti erosi d’uno stomaco senza memorie d’affetti, come tela bucato da un gesto che non è grido. Avvolto dalla nebbia, nel ricordo, lì, fisso, sospeso, quando cala la notte e guardi avanti e scorgi una casa, diffidente e solitario e senza peso: affretti il passo, e l’ombra che non proietti sull’asfalto ti cala lenta dentro.
Tratto da Acidula mora di bosco
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Rebecca Hom
Salomé
1998
L’ecstasy ha un sapore amaro, di corteccia squamata dalla bruna china, profonda nella gola d’astio a sciogliere l’inchiostro cianotico che mi scorre nel petto. Fluisce il tempo, seduto chiacchierando, raccolto e remoto espello parole dolci e veleno: plasma viscoso e biondo mi scivola nell’alveare con troppe celle oscure nel favo. S’infiamma purulento, come gemma di vite quando sottrae succo al ramo, poi vola, sospeso nell’aria vi affonda, arbusto fresco in un pantano. Vibra sui nervi una scossa, errano gli occhi fra le crepe del soffitto stuccato, di riccioli abnormi come escrescenze fluviali. Di ghiaccio le mani, ho piccole fitte, perdo il controllo, la guida, lo spazio mi è foglio molle intorno, ne salto le righe e con una sola manovra, d’impulso, vi annego, mentre sul parquet stagnante dominano rospi taciti e sulle tempie mi beccano certi santini, a mendicare padre pio pio, un gallo con poche sparute chiazze di mielina nel cervello intorpidito, o fantasma che sofferente appare a certi struzzi, col culo all’aria e il becco nel fango dell’inconscio rimosso, a bere che il frate è pure ubiquo: essuda dalle pareti e tonfa nella tua casa, allagata dalla cattiva sorte, raccontando di certi viaggi astrali… poi, nello spazio rosa intorno giocando, mai si estingue. È fiamma che mai cessa, ha la mistica della durata, come gli oggetti bombati di un tempo. La sua sostanza è l’essere ricordato e mai taciuto: folle, perpetuo inaridisce il mondo che indugia ai piedi di una navata, vela spiegata e ben tesa, intimo covo, utero… stimmate ove l’impronta del fedele affonda aliena.
Tratto da Mucca tagliata cavallino
Archiviato in: Mucca tagli@ta cavallino
Anselm Kiefer
Fur Chlebnikov
2004
Elettra, sexy ninfetta booty bass, carezza il suo phisique du rôle da vecchia rock chick in ecstacy, quando accorda la sua voce con blandi innesto glitch: Pulcino, a letto il tuo cazzo mi penetra ma non sonda. Quando eiaculi, sei corda sfilacciata, l’ano contraendo come sigillo di un pacco bomba da spedire, che il postino smarrito non raccoglie.
Tratto da Mucca tagliata cavallino
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Un basso ostinato le tue corde.
Voglio sentirti trillare.
Invaderai lo spazio con un Boogie Woogie.



Space Invaders (Bally Midway, 1978) mi ha sempre ricordato l’ultimo Piet Mondrian (Broadway Boogie Woogie, 1942/43)
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Marc Quinn
Mutant
1999
- Ha una vagina umida per bocca.
- Sarà il burro cacao.
- No. È la saliva.
- Ti ha sputacchiato?
- Non ancora.
- Adesso dov’è?
- Al gabinetto.
- Buona serata.
- Grazie.
- Ti richiamo più tardi.
- No. Domani.
