Lungo le vene

Ron Mueck
A girl 
2006

Lungo le vene, azzurre come patina su duttili fili di rame, il volto e la bocca dolorosa, in una sorta di turbamento, mi attardo fra le pieghe nascoste e recondite dell’animo mio, come invisibile cristallo, sospeso sul secco pelo scomposto della mia coscia contratta. Asportata una piccola crosta più dolce dall’arto per sempre ferito, lente le dita solcano frammenti di tessuti necrotici e spore di batteri che pallidi scorrono, debole il flusso, sul fondo oceanico del pavimento scaldato di piscio. Improvvisa, la mattonella della parete stuccata nel cesso di maioliche è alla mia mente devastata uno schermo con ombre ansimanti, trascorse a battere il crine sulla terra deserta, dove inalterate sostano le mie nevrosi, proiettando immagini clandestine, rubate all’inconscio che memore confessa a un bivio…

Eccola, bellissima, sì, ancora! Di verde vestita, turchese il cappotto, ha in bocca un nocciolo piccolo di ciliegia cruda, nel pugno una boccetta di vetro a forma di fallo screziato, cosparso di solchi variopinti, come fosse la coda d’un pavone che ramingo dimena la penna, divorato l’ultimo chicco fra le dense foschie della notte di muschi e licheni. Avvolta dal fustagno orizzonte borghese, sempre bavoso su un esile corpo d’infante, lacrimando nel limbo, Eva scuote un seme, fecondato nel cilindro striato d’una provetta, fra le dita strette sulla palma: L’avvicina al seno, getta il cappotto in un fosso di lì a poco vacante. Nutre il letto, d’anemico terriccio, un’arteria impetuosa d’acqua, liquida dalla vescica, in un sussulto di carne senza più muscoli.

Adamo: Eva, con lo sguardo basso di monello bruno che vuole rubarle il vetro inciso, ora stretto fra ginocchia di spigoli.

Eva: Adamo,  il suono è un filo. La corda… un’ancora di salvezza che sul fondo trattiene gli ormeggi del naufrago valoroso, stretto in una morsa.

Adamo: Eva, cosparso di luce fioca, sul sasso come sedile d’un vagone vuoto in cui recitare a muso stretto un fallimento.

Eva: Adamo, sorella! Gli occhi s’incontrano grandi appena un varco.

Adamo: Eva, sorelle, sorelle siamo, aggraziato e fin dolce, tu ed io, biondi. Stacca una foglia dal giglio lì colto e, pudico, ne soffia la goccia di linfa che gronda in un riso. Ossuta è la mano e nervi e tendini. Artigli graffiano l’ubriaca sporgenza del suo mento meticcio che fiuta l’urina del sottile organo che ammolla fra le cosce, sciolto  su di una pietra nel deserto, come fosse un cioccolatino scartato in una macchina assolata, a folle sulla strada, per la coda di lamiere che flettono raggi ultravioletti giù per l’ozono: Una serra bucata, da cui le piante acide, sporgenti oltre la tenda, temprando il capo prima di morire, sputano nel cosmo la paglia offerta loro dai tanti ostinati pastori di bestiame, nei giardini d’un plastico urbano minimale, infecondi.

Eva: Adamo hai roseo pisello riflesso su di un arbusto e stordito t’afferri a un ramo. Ha odore la polvere che, smossa, palpita arresa.

Adamo: Eva, morremo… S’attrista come lucido cristallo che il tempo corrode altero.

Eva: Adamo, siamo morti. Svuotata d’ogni residua fascinazione, le sue dita tremano nel fosso di lì a poco vacante, in cui ella s’annida perita: livido il labbro, tiepida è la provetta che scalda il girino, ranocchio in una buca senza più peli…

(Tratto da Acidula mora di bosco Manni 2002)

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