Were are we going?

Urs Fischer Vintage Violence (2004-05)
Installata sullo scalone dell’atrio di Palazzo Grassi nel 2006

Il treno sta entrando sospeso sull’acqua a Venezia Santa Lucia.
Ci alziamo. Siamo da soli nella carrozza. Non abbiamo nessun bagaglio. Si aprono le porte. Fa caldo. Attraversiamo la stazione ancora deserta. A Piazzale Roma il sole è incestuoso e folle. All’Ufficio Abbonamenti facciamo due biglietti giornalieri. Prendiamo la Linea Uno verso Palazzo Grassi.

Venezia affonda nell’acqua putrida che più non la nutre. Le case appassiscono come fiori recisi. Il vaporetto è lento e rumoroso. Pulsa ancora ovattato il battito del mio cardio, quando attracchiamo alla fermata di Sant’Angelo. Lorenzo mi sorride. La sua voce cristallina ha toni melanconici, ma batte note sintetiche per non collassare nel torpore romantico del turista. Scendiamo a Campo San Samuele. Il Ballon Dog di Jeff Koons galleggia come rifiuto urbano davanti Palazzo Grassi, sulla cui facciata è tessuta una pelle di fili elettrici di Olafur Eliasson, artista danese.
La biglietteria è su un’entrata secondaria. Alla cassa non c’è la fila. Mi precede Lorenzo col suo Prada pour Homme. Paghiamo due ingressi per Where Are We Going?, una mostra allestita con opere scelte dalla collezione privata di Francois Pinault.

Une femme sans parfum est une femme sans avenir.

Quando siamo nell’atrio settecentesco della fondazione, verso l’ingresso principale che dà su Canal Grande, ci perdiamo nel delirante Hanging Heart di Jeff Koons, un gigantesco ciondolo rosso di acciaio inossidabile che, appena sospeso da terra, sostenuto da due cavi dorati, lucido pende dal soffitto senza tensione apparente, come levitasse dal pavimento. Adesso i nostri occhi pulsano tondi sul suo ventre. Se ci avviciniamo troppo, il cuore rifrange i nostri corpi sulla sua superficie, per poi inglobarci materno. E’ la prima volta che qualcosa ci assorbe con un gorgo vorticoso di luce riflessa.

Tumultuosi attraversiamo le sequenze instabili di lastre metalliche che pavimentano a scacchiera la corte verso il primo piano. 37th Pieces of Work di Carl Andre archivia le tracce dei nostri passi, fluttuanti su dissonanze da accordare. Alla deriva ondeggiamo e deriviamo dai nostri stessi sguardi, mentre sui nostri corpi scorre il tempo affilato come rasoio. La mia bocca è un taglio di sangue, quando Urs Fischer surgela una tempesta venefica sulle nostre teste. Migliaia di goccioline rosse, plasamte nel gesso, trattenute da un filo di nylon, stanno per deflagrare d’astio sullo scalone della corte, che saliamo come ascoltando Purple Rain di Prince, cantata da John Cale in Vintage Violence.  

Lorenzo, vorrei essere ancora la pioggia di lapilli che scalda la tua umida notte.

Percossi dalla  grandine dei nostri umori, scorriamo rapidi le sale, per fermarci a guardare Les Grands Ensembles di Pierre Huyghe.

Nella foschia invernale di una banlieue, le finestre di due edifici popolari lampeggiano ad intermittenza, seguendo come led su un display le note techno di una colonna sonora a ridurre la vita a radiazioni luminose in un deserto lunare.

No, Lorenzo, non sudare. Le tue gocce di rugiada mi feriscono come schegge di vetro. Nomade pulso inquieto sul tuo corpo che mi abita dentro, limitando la mia espressione. Nei tuoi Comme Des Garcons scuri, passi le giornate a lutto, in attesa che cadano i meteoriti. Forse dovresti simulare una fede religiosa. Uscire di casa col turbante in testa ti donerebbe un’allure dissacrante.

Amo la sublime disperazione dei tuoi occhi che sempre tracimano dagli argini della ragione. Stammi vicino. Vorrei possedere la galleria che attraversi quando esci da te stesso e mi vieni a trovare.
Stucchevole è Canal Grande, quando l’iPod, mai casuale, mi regala Airbag dei Radiohead. Le labbra avvizzite di Venezia si schiudono nello straordinario falsetto di Yorke. 

Lorenzo seduto a poppa beve una Coca Light. Da lontano le mie lenti a contatto ben lubrificate patinano le sue orbite dilatate come fossi. E’ stanco, lo vedo. Un tempo sentivamo sulla pelle i nostri sguardi. Adesso fra me e lui un preservativo anestetizza anche la più piccola frizione. Questa notte faremo l’amore senza filtri: voglio sentire gli umori che secerne dentro. Forse l’ho prosciugato. Lo benderò e gli percorrerò lento la schiena. Solo il suo muco mi disseta ancora.

(Trattao da Conchiglia Chocolate, Gay Everyday Manni 2006)

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