The loco-motion

Laura Dern and friends in David Lynch’s Inland Empire 

Quando la coscienza viaggia negli interstizi temporali del vissuto…

In Inland Empire abbiamo curve di tempo chiuse. Una serie di eventi si ripete. Il tempo non scorre lineare. Si avvolge su se stesso. Mentre la protagonista del film vive dislocazioni temporali.

Si viene come assorbiti da un buco nero. Si assiste alla rappresentazione dell’inammissibile: un evento influenza un altro evento che lo precede e lo segue al tempo stesso, determinandolo per farsene impossibilitare. Mentre Laura Dern, per intervalli di tempo molto brevi, lunghi appena lo schiocco delle nocche delle dita, al ritmo di The locomotion di Little Eva, inverte l’ordine temporale con una semplice connessione emotiva.

Everybody’s doin’ a brand new dance now
(C’mon baby do the loco-motion)
I know you’ll get to like it
If you give it a chance now
(C’mon baby do the loco-motion)
My little baby sister can do it with ease
It’s easier than learning your a b c’s
So come on, come on,
Do the loco-motion with me

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4 risposte a The loco-motion

  1. Giuseppe Iannozzi ha detto:

    Non che non l’avessi notato già prima, ma sei attratto dalle dislocazioni fra spazio e tempo che per puro caso, più che per destino – ma forse è vero il contrario – finiscono con l’intersecarsi quasi a tentare un impossibile parallelismo. Mi chiedo, essendo che su Lynch ti sento preparato, se hai mai letto niente di Philip K. Dick o di qualche altro scrittore che giocando coi concetti di spazio e tempo, nonché coi simulacri, hanno dato vita a quelli che potremmo definire mondi fantastici, paralleli ma non troppo, forse solo “ai confini della realtà” in una chiave à la Rod Serling, o à la W.S. Burroughs.

  2. alessandromorgillo ha detto:

    Sì, è vero. David Lynch è il mio uomo ideale. Ci lega una certa anorgasmia. Solo nell’atto creativo riusciamo ad eiaculare. I buchi neri ci eccitano, non il taglio barocco della vagina. Il mio film preferito era Blade Runner di Ridley Scott. Ma Inland Empire è stato l’anno zero. La rivelazione. Non mi sento più solo. Pensavo di essere un replicante. Adesso so di essere un umanoide. La mia Odissea nella spazio è finita. Torno sulla Terra. Forse il testamento di Philip K. Dick è la La trasmigrazione di Timothy Archer (tradotto da Vittorio Curtoni per Arnoldo Mondadori nel 1993). Anche se oggi mi piacerebbe rileggerlo in lingua madre.

    Da ragazzino di Rod Serling mi sconvolgevano i cambi di prospettiva sul finale. Switching endings li chiamavano… Forse è per questo che l’Happy End di certi pop-corn movies mi lasciano il sale in bocca. E le mani unte.

    Sì, come W.S. Burroughs amo il frammento, alla ricerca continua di un’associazione. Ma non sono dadaista. E non amo il cut-up. E neanche il push-up. Le donne le voglio piallate.

    Bene. Direi che adesso non abbiamo più segreti. Siamo diventati quasi intimi. La mia vera musa però resta Nico quando canta All tomorrow’s parties. Ella è la noia cosmica.

    Il mio capolavoro resta il Processo di Kafka. Fin da subito ho tentato di controllare la mia psiche, perché non cominciasse a processarmi. Ma inesorabile lo fa e sbando.

    Ho una voglia matta di riascoltare Heroin dei Velvet Underground. Rileggere la Guerra dei mondi di Orson Welles. Attraversare i concetti spaziali di Fontana. Solo all’apparenza delle vulve. Dei veri e propri tunnel.

  3. la funambola ha detto:

    caro alessandro morgillo
    mi fai tenerezza e dispiacere.
    la vedo in salita la vita tua e spero che la tua mente ti dia tregua.
    è faticoso e doloroso essere sempre così “presenti” se non trovi con chi “condividere”
    un bacio affettuoso
    la funambola

  4. alessandromorgillo ha detto:

    Chi scrive in prima persona non parla mai di se stesso. È della  persona terza che io diffido.
     
    Nella vita privata ho la fortuna di condividere con qualcuno il mio essere così presente al nulla. Dici che potrebbe essere follia a due?  Correremo il rischio. Quanto alla mia mente… Ti assicuro che è morta di sonno.

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